La mia prima moto: Moto Guzzi V50 III

Autore: Enrico (Prima puntata)

Anno 2000 : 21 anni e un desiderio da sempre: la moto.
Fato volle che per la prima volta si verificava che avevo l’età giusta e, contemporaneamente, ero riuscito a mettere da parte un discreto gruzzoletto nonostante il mio essere studente. Mi recai dal più vicino meccanico / rivenditore (Piramo in via Italica a Lido di Camaiore) e mi guardai un po’ in giro… l’ unica che mi potevo permettere e che fosse abbastanza discreta era un Guzzi V50 III edizione dell’anno 1981, uni proprietario. Peccato che il rivenditore chiedesse il doppio del mio tesoretto, ma questo sarebbe stato risolvibile chiedendo un prestito a mio fratello.
E la patente? L’ anno prima avevo preso la patente A2 e avendola per forza presa limitata, avrei dovuto aspettare 2 anni prima di poter guidare un mezzo di quella potenza. Allora decisi che era il caso di dare  nuovamente l’ esame con una custom prestatami da mio zio e così feci .
Dunque tutto era pronto, ricordo, era un caldo pomeriggio d’agosto ed io, contento come non mai,   procedetti all’acquisto. La moto era snella, (pareva)leggera e con una gran sella ed il bicilindrico a V tirava che era una bellezza.
Non avevo mai guidato moto superiori alla cilindrata 250 e quindi per me era davvero un mondo nuovo. Bicilindrico? Trasmissione a cardano? Carburatori (che tra l’altro il buon Piramo mi consigliò di chiudere sempre tramite rubinetto in caso di lunga sosta)?
Non mi interessava e non ci capivo niente, l’ importante era cavalcare .
Il giorno prima di Ferragosto già si ruppe una delle molle che richiamava il cambio,
essendo il meccanico chiuso il giorno seguente decisi che non gliela avrei MAI lasciata 2 giorni per una stupida molla, quindi continuai ad utilizzarla seppur in scalata dovevo fare un giochetto con il piede altrimenti la marcia non si inseriva.
Purtroppo il sogno di una vita si infranse molto presto, prima ancora di averle fatto una foto o di averle dato un nome: la sera del quarto giorno, tornando da una festa(falò) in Darsena (Lecciona) e  quindi in abbigliamento da mare, sverniciai uno sputer e poi non riuscii a chiudere una curvetta banale e mi schiantai contro il muro che divideva la strada dalla ferrovia. Il ragazzo con lo sputer mi raggiunse e, dopo avermi consigliato di accendere un cero alla Madonna, mi accompagnò a casa. Già, feci un gran volo, fortuna volle che lo stereo portatile che avevo nello zaino mi aveva salvato l’atterraggio. La moto era però palesemente devastata; il meccanico che il giorno dopo l’ andò a riprendere disse che era da buttare via. Ma a me ormai poco importava: dopo il sommo spavento ero intento a leccarmi le ferite sia fisiche che morali e soprattutto dovevo giustificare ai miei l’accaduto: dopo aver fatto di tutto per possedere una motocicletta nonostante la loro contraria volontà, adesso il destino aveva confermato che le moto sono pericolose. E pagai la mia disavventura con qualche anno di sputer. Il nome della moto fu postumo e fu MOTOBUZZI , la motocicletta tanto agognata mi aveva tradito e al quarto giorno se n’era andata.

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